La Cupola fra le Torri

Parrocchia dei Santi Bartolomeo e Gaetano, Bologna

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XXXIV DOMENICA T.O.

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XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

NOSTRO SIGNORE GESÚ CRISTO RE DELL'UNIVERSO– Solennità

“Virgen del Quinche”

24 novembre 2019

2 Sam 5,1-3,dal Sal 121, Col 1,12-20, Lc 23,35-43

Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno.

"C'era una scritta sopra la sua testa: questi è il re dei Giudei": è la motivazione della condanna a morte di Gesù di Nazaret, così come sentenziata da Ponzio Pilato.

Il viaggio è concluso. Siamo arrivati alla meta: Gerusalemme. Come aveva preannunciato, Gesù è condannato come un ribelle che ha attentato alla sovranità unica dell'imperatore romano. Anche l'ingresso nel mondo del Figlio di Dio fatto uomo era stato accompagnato da un conflitto con l'autorità di un sovrano terreno, Erode, che ordinò la strage degli innocenti, sentendo minacciato il suo trono dalla semplice esistenza di un bambino.(continua a leggere)

Erode e Ponzio Pilato sono i personaggi-simbolo del potere del mondo, un potere che sta rinchiuso dentro l’orizzonte di questo mondo, un potere frustrato dal limite di tutto ciò che è umano e quindi è segnato dal desiderio di dominio, di potere, di sopravvivere a se stesso.

Quella scritta sopra la testa di Gesù, appeso sul Golgota, sfigurato dalle torture e dal dolore, quella scritta appare come una derisione cinica eppure, oggettivamente parlava di regalità.

In quel momento, nessuno poteva comprenderlo fino in fondo, ma quella scritta esprimeva la verità più alta e illuminante della storia umana: Gesù è il re dei Giudei, re di tutto “l’Israele di Dio”, di quanti nella fede si riconoscono figli di Abramo.

È significativo che nelle più antiche raffigurazioni del crocifisso, come si continua ancora a fare nella tradizione bizantina, sul cartiglio non si scriveva “INRI”, ma schiettamente “il Re della gloria”, perché noi oggi nella fede, riconosciamo chi è per davvero il Signore crocifisso. Tutti chiedono a Gesù di scendere dalla croce.

Sotto sotto, è anche il vigliacco tentativo di discolparsi. Come dire: non è colpa nostra se tu sei lì sulla croce; è solo colpa tua, perché se tu fossi veramente il Figlio di Dio, il Re dei Giudei, tu non staresti lì, ma ti salveresti scendendo da quel patibolo infame. Dunque, se rimani lì, vuol dire che tu hai torto e noi abbiamo ragione.

Il dramma che si svolge sotto la croce di Gesù è un dramma universale; riguarda tutti gli uomini di fronte a Dio che mostra la sua onnipotenza e la sua grandezza nel restare inchiodato, nudo a una croce. In Gesù crocifisso la divinità è sfigurata, spogliata di ogni gloria visibile, ma è presente e reale.

Solo la fede sa riconoscerla: come la fede del buon ladrone, una fede appena abbozzata, ma sufficiente ad assicurargli la salvezza: “Oggi con me sarai nel paradiso”.

Mi faceva sorridere una pubblicità in cui Cappuccetto Rosso invitava a non aver paura del lupo, che non è più cattivo e pensavo che in fondo anche quando diciamo “buon ladrone”, pensiamo a un omone tutto sommato innocuo e devoto. Ma quello era di certo un assassino malfamato, un sedizioso violento, un uomo senza scrupoli, una feccia di umanità.

Le parabole che Gesù aveva raccontato nelle campagne e nei villaggi di Galilea, cominciano ora ad assumere colori e contorni più netti e anche drammatici: ecco chi è il figliol prodigo, ecco chi è la moneta perduta, ecco chi è l’uomo salvato dal samaritano, chi è la pecora smarrita.

Ed ecco chi è il pastore che lascia ogni sicurezza e scende nei bassifondi per essere accanto all’ultima della sue pecore e tenerla con se. “Oggi, con me”: questa è la parola decisiva, questa è la salvezza del malvagio crocifisso. Certo, quell’uomo è sulla croce come Gesù, e come l’altro suo collega, ma soprattutto è sulla croce “con Gesù”.

E diversamente dall’altro ladrone, e da tutti gli altri che lo scherniscono, lui non chiede a Gesù di scendere dalla croce e non gli chiede neppure di farlo scendere. Dice invece: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Lo vede in croce, sfigurato, irriconoscibile, eppure si affida a Lui come al suo Re, al suo liberatore.

Per questo è già, subito, nell’“oggi” di Dio, in paradiso, perché il paradiso è questo: essere con Gesù, essere con Dio. Anche noi, poco o tanto sperimentiamo la croce nella nostra vita di ogni giorno; la croce dell’amarezza provocata dai nostri fallimenti e dai nostri peccati, ma anche le croci grandi e piccole che la vita riserva, mettendoci alla prova.

Anche noi possiamo essere tentati di urlare a Gesù: “Scendi dalla croce” o, che è lo stesso, “Fammi scendere dalla mia croce”. La fede - e, come vediamo, basta la fede di un solo ultimo attimo definitivo - è chiedere piuttosto al Signore: “Ricordati di me, Signore! Fammi essere con te, nel tuo regno”.

"Ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno!": il buon ladrone parla al futuro, ma Gesù risponde al presente. “Oggi". Oggi è possibile godere del passaporto di questo regno soprannaturale, se riconosciamo che la più grande beatitudine è essere con lui.

La pagina commovente della crocifissione e del buon ladrone, celebra la solennità di Gesù Cristo, re dell'universo, che chiude l'itinerario dell'anno liturgico. Mi piace ricordare che il titolo di questa festa viene tradotto con “Gesù Cristo re dell’universo”, ma “rex universorum”, si traduce più correttamente dal latino con “re di tutte le cose”.

È troppo facile proclamare Gesù re dei pianeti e delle galassie, o re di un mondo che chissà dov’è e deve ancora venire. Cristo è re di tutto e di tutto. È re “oggi”, qui e adesso: tutto cambia se lo riconosciamo re e signore nei luoghi concreti della nostra vita, nella famiglia, nello studio, nelle piccole grandi decisioni, nella città, nel lavoro, anche nella politica.

Oggi la Chiesa ci invita a riscoprire la gioia e la fortuna di avere un Re; di avere cioè qualcuno che ci può liberare da noi stessi, dalle tristi eredità del nostro passato, dalle angosce dei nostri limiti, dalla quella disperazione di chi sa bene di essere come una foglia d’autunno, eppure ha dentro un’insopprimibile fame di vita eterna.

Oggi la Chiesa ci invita a festeggiare la regalità di Cristo come il fondamento della nostra piena libertà nei confronti di tutte le persone e di tutte le istituzioni del mondo.

È molto suggestivo che proprio oggi, festa di Gesù Cristo, il Re di tutte le cose, la nostra parrocchia condivida con la comunità dell’Ecuador, la ricorrenza della Virgen del Quinche. L’origine di questa devozione ci porta in alto, sulle pendici delle Ande, sui 2800-3000 metri, alla città di Quito, a pochi chilometri dal vulcano Pichincha, non lontano dalla linea dell’equatore, che da il nome a questo paese andino. Una statuetta in legno di cedro della Vergine Maria, da subito molto amata dalle popolazioni indigene, che con molto affetto la chiamano la “Pequeñita”, la piccolina.

La vita di fede in Ecuador ha avuto una storia travagliata: dopo la massiccia adesione delle popolazioni indigene, grazie all’amore per la Pequeñita, nel XIX secolo le politiche massoniche e liberali tentarono di mettere al bando la fede e l’azione pastorale della Chiesa. Ma è proprio la Pequeñita, la piccola regina, con il suo sguardo mite e al tempo stesso regale, a restituire al popolo la sua fede.

Alla vigilia del 21 novembre, una immensa peregrinazione notturna raggiunge il Santuario dove è conservata questa immagine della Madonna, alla quale viene tributato un onore regale. Le migrazioni che a partire dagli anni ’90 provocarono la partenza di molti cittadini hanno diffuso questa devozione in tutto il mondo.

Accanto al Re, dunque, risplende la Regina, Regina della piccolezza, come Cristo che mostra la sua onnipotenza facendosi il più piccolo di tutti gli uomini. Al ladro crocifisso con lui, che riconosce il suo peccato e soprattutto riconosce il suo Signore, Gesù assicura: “Oggi sarai con me in paradiso”.

Come se dicesse: “Quel traguardo di luce e di felicità, che ho preparato per la mia madre purissima – per questa mia madre, che tu vedi qui sul Calvario per me e con me – sarà anche il tuo traguardo, la tua felicità”.

Questa del buon ladrone è sicuramente la manifestazione più sorprendente della misericordia divina, ed è bello rilevare che si è compiuta alla presenza della più santa e innocente di tutte le creature. Dove c’è la Madonna, dunque, c’è speranza per tutti, anche per noi.

(omelia di don Andrea Caniato)

 

Ultimo aggiornamento Martedì 26 Novembre 2019 12:40  

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