La Cupola fra le Torri

Parrocchia dei Santi Bartolomeo e Gaetano, Bologna

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Catechesi corso per Fidanzati


Itinerario di preparazione al matrimonio-Introduzione

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PARROCCHIA DEI SANTI BARTOLOMEO E GAETANO

BOLOGNA

 


 

 

Itinerario di preparazione al matrimonio

 



La meta del nostro itinerario… tutti siamo chiamati alla santità

con la grazia dei sacramenti

Il Paradiso ci attende

 


 

A noi sposi, con il sacramento del matrimonio, il Signore dona la grazia che ci sostiene nel vivere il nostro amore come segno dell’Amore di Cristo per la sua Chiesa.

Cari fidanzati

è sempre una grande gioia incontrare chi si appresta a formare una nuova famiglia.

Siamo sicuri che il Vostro amore, che nasce dalla partecipazione al grande mistero dell’Amore, sarà per noi occasione per rinnovare quel servizio che siamo stati chiamati ad offrire.

Noi ci sforzeremo di anticipare i Vostri desideri, anche se siamo certi di non poter rispondere a tutte le domande che Vi porrete sia nel predisporVi a questo formidabile cammino matrimoniale, sia ascoltando la Parola che Vi viene proclamata.

Ci rendiamo conto che lo scarso tempo disponibile, la stanchezza che può cogliere dopo una giornata impegnativa, l’iniziale comprensibile Vostro imbarazzo verso persone ed ambienti sconosciuti non ci permetteranno di stabilire subito quella confidenza che è necessaria per discutere di dubbi, di incertezze, se non proprio di paure.

Siamo desiderosi di colmare, nei limiti del possibile, le nostre inadeguatezze e le obiettive carenze temporali per cui tutti noi, a partire don Stefano, siamo a Vostra disposizione, anche per incontri personali, per integrare o proseguire quel cammino che, attraverso la luminosa tappa del giorno del Matrimonio, tende a fare di Voi i migliori testimoni di quel dono incredibile che è l’Amore.

Il Signore Vi benedica!

Mons. Stefano Ottani - email: don.stefano.ottani@gmail.com

Diacono Gerardo Marrese - 051/224874 3357054033 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

www.parrocchiasantibartolomeoegaetano.it

L’ Itinerario di preparazione al matrimonio è suddiviso in una serie di moduli, che sono raggiungibili cliccando sui link dell’indice che segue:

I Incontro Modulo 1

I Incontro Modulo 2

I Incontro Modulo 3

II Incontro

III Incontro

IV Incontro Modulo 1

IV Incontro Modulo 2

V Incontro Modulo 1

V Incontro Modulo 2

VI Incontro Modulo 1

VI Incontro Modulo 2

VII Incontro

VIII Incontro Modulo 1

VIII Incontro Modulo 2

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 22 Luglio 2017 15:58
 

Itinerario di preparazione al matrimonio -I Incontro- Modulo 1

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I°  INCONTRO


Modulo 1


 

1 - Premessa

1.1 - Il significato e le motivazioni che la Chiesa diocesana dà all’Itinerario per il sacramento del matrimonio - Il perché del titolo dato al sussidio

 

1.1.1 - Il significato del sacramento del matrimonio

Nel momento in cui Voi fidanzati chiedete di celebrare il sacramento del matrimonio voi fate due ammissioni:

1) confermate la Vostra fede in Gesù Cristo e nella Chiesa;

2) date testimonianza della vostra fede davanti alla comunità dal momento che il matrimonio è celebrato nella comunità dei fedeli.

Se immaginiamo la vita come una traversata oceanica a bordo di una nave, fino ad ora ognuno di voi ha fatto il passeggero, si è lasciato trasportare per cui non avete avuto bisogno di consultare le carte nautiche per tracciare la rotta, di informarvi sulle condizioni meteorologiche, di prevenire ed evitare burrasche, uragani, trombe marine.

Anche se molti di voi hanno già vissuto l’esperienza della convivenza, solo adesso che vi approssimate al matrimonio è indispensabile cambiare ruolo: dovete diventare nocchieri e questo è umanamente impossibile senza un'adeguata preparazione, che deve comprendere oltre alla conoscenza teorica di carattere generale anche conoscenze specifiche, esperienze, tirocinio. Se, poi, confrontiamo il mondo che ci circonda con quello di alcuni decenni or sono, possiamo proseguire nella nostra metafora nautica.

Ieri la nave, che veniva affidata alla coppia all’inizio e durante la vita in comune, era servita da una strumentazione efficiente con carte nautiche particolareggiate, con precisi punti di riferimento, con una rotta tracciata, con adeguati soccorsi così che il viaggio poteva dirsi sicuro ed organizzato.

Oggi, invece, è più facile pensare che anziché su un transatlantico la coppia salga a bordo di un’imbarcazione di fortuna, una zattera, una barca a vela, con la quale si affronta da soli il mare aperto, si può essere trascinati dalle correnti, si cambia spesso rotta o si finisce per bloccarsi per mancanza di vento. In questa solitudine in mare aperto, con la paura di perdersi, è assolutamente indispensabile trovare un accordo su turni, soste e ruoli, nulla essendo preordinato. Due scogli sono sempre in agguato: l’idealizzazione che accentua il sogno dell’innamoramento e, al contrario, l’enfatizzazione degli insuccessi, che finisce per far dimenticare che la maggior parte delle coppie non scoppia! Gli sposi dovranno imparare a comunicarsi desideri e paure, dovranno conoscersi a fondo. E se durante il viaggio scoprite che il/la vostro/a compagno/a soffre di mal di mare o non sa nuotare? Il viaggio, dunque, dipende dal coraggio della coppia, dal desiderio di raggiungere la meta (e questo è tanto più forte quanto più unica-esclusiva e coinvolgente tutta la persona è la meta), desiderio che però diventa fragile nei momenti di stanchezza e di noia.

È allora necessario, ogni tanto, attraccare in qualche porto sicuro dove poter riposare e riprendere vigore prima che sia troppo tardi e si faccia naufragio.

Da questa metafora emerge il bisogno crescente di soggettività, del dovere-diritto a scelte personali nell’esperienza d’amore, quando le spinte socio-culturali di questo mondo intaccano alle radici ogni tipo di relazione con l’altro.

 

1.1.2 Analisi della situazione attuale


Oggi, in non pochi casi, si assiste ad un accentuato deterioramento della famiglia e ad una certa corrosione dei valori del matrimonio. In numerose nazioni, soprattutto economicamente sviluppate, l'indice di nuzialità si è ridotto. Si suole contrarre matrimonio in un'età più avanzata e aumenta il numero dei divorzi e delle separazioni, anche nei primi anni di tale vita coniugale. Tutto ciò porta inevitabilmente ad una inquietudine pastorale, mille volte ribadita: Chi contrae matrimonio, è realmente preparato a questo? Il problema della preparazione al sacramento del Matrimonio, e alla vita che ne segue, emerge come una grande necessità pastorale innanzitutto per il bene degli sposi, per tutta la comunità cristiana e per la società. Perciò crescono dovunque l'interesse e le iniziative per fornire risposte adeguate e opportune alla preparazione al sacramento del Matrimonio.

La preparazione al matrimonio costituisce un momento provvidenziale e privilegiato per quanti si orientano verso questo sacramento cristiano. È un Kayrós, cioè un tempo in cui Dio interpella i fidanzati e suscita in loro il discernimento per la vocazione matrimoniale e la vita alla quale introduce. Il fidanzamento si iscrive nel contesto di un denso processo di evangelizzazione. Di fatto confluiscono nella vita dei fidanzati, futuri sposi, questioni che incidono sulla famiglia. Essi sono pertanto invitati a comprendere cosa significhi l'amore responsabile e maturo della comunità di vita e di amore quale sarà la loro famiglia, vera chiesa domestica che contribuirà ad arricchire tutta la Chiesa.

Se la fede è debilitata e quasi inesistente (cfr. Familiaris Consortio = FC 68), è necessario che i nubendi riacquistino le fondamentali verità cristiane, che li aiutino ad acquistare o a rafforzare la maturità della loro fede.

La Preparazione comprende un esigente processo di educazione alla vita coniugale, la quale deve essere considerata nell'insieme dei suoi valori. Di fatto è educare al rispetto e alla custodia della vita, che nel Santuario delle famiglie deve diventare una vera e propria cultura della vita umana in tutte le sue manifestazioni e stadi per coloro che fanno parte del popolo della vita e per la vita (cfr. EV 6, 78, 105).

Ogni fedele, chiamato al matrimonio, deve comprendere a fondo che l'amore umano, alla luce dell'amore di Dio, viene ad assumere un ruolo centrale nell'etica cristiana. Di fatto la vita umana, come vocazione-missione, è chiamata all'amore che ha la sua sorgente ed il suo fine in Dio, “senza escludere la possibilità del dono totale di sé a Dio nella vocazione alla vita sacerdotale o religiosa” (FC 66).

L'amore coniugale fa presente quindi tra gli uomini lo stesso amore divino reso visibile nella redenzione. Il passaggio o conversione da un livello di fede piuttosto esteriore e vago, proprio di molti giovani, ad una scoperta del “mistero cristiano” è un passaggio essenziale e decisivo: una fede che implica la comunione di Grazia e di amore con il Cristo Risorto.

Non va nemmeno dimenticato che, mediante la grazia di Dio, l'amore viene curato, rafforzato ed intensificato anche attraverso i necessari valori legati alla donazione, al sacrificio, alla rinuncia e all'abnegazione.

È qui, allora, offerta la possibilità di verificare la maturazione dei valori umani che sono propri del rapporto di amicizia e di dialogo che caratterizzano il fidanzamento. In vista del nuovo stato di vita che sarà vissuta come coppia, è offerta l'opportunità di approfondire la vita di fede, e soprattutto quanto riguarda la conoscenza della sacramentalità della Chiesa.

Il punto centrale della preparazione è costituito dalla riflessione di fede attraverso la Parola di Dio e la guida del Magistero sul sacramento del Matrimonio. I nubendi devono essere resi consapevoli che il diventare “una caro” (Mt 19, 6) in Cristo, in forza dello Spirito, con il matrimonio cristiano, significa imprimere alla propria esistenza una nuova conformazione della vita battesimale. Il loro amore diventerà, con il sacramento, espressione concreta dell'amore di Cristo per la sua Chiesa (cfr. LG 11). Sotto la luce della sacramentalità, gli stessi atti coniugali, la procreazione responsabile, l'azione educatrice, la comunione di vita, l'apostolicità e la missionarietà connesse con la vita di coniugi cristiani, sono da considerarsi momenti validi di esperienza cristiana. Cristo, anche se in modo non ancora sacramentale, sorregge e accompagna l'itinerario di grazia e di crescita dei fidanzati verso la partecipazione al suo mistero di unione con la Chiesa.

1.1.3 L’iniziativa e le motivazioni della Chiesa – L’itinerario proposto

Riprendiamo la metafora della navigazione e chiediamoci chi prende l'iniziativa di fornire ai futuri sposi la preparazione adeguata alla sconvolgente bellezza di questo viaggio senza la quale il naufragio più che un rischio diventa quasi una certezza?

In verità questa mancanza di iniziativa è anche dovuta al fatto che ognuno di noi ritiene in cuor suo di avere “la scienza infusa”, l'attrezzatura idonea per condurre questa navigazione: c'è l'amore e quindi basta! Molti di noi ritengono di essere già in possesso di tutto quello che occorre perché questa navigazione in mare aperto possa svolgersi nella maniera migliore possibile: ma se è vero che abbiamo tutto in noi, è tuttavia necessario che quanto abbiamo in noi venga alla luce e si consolidi.

C'è, inoltre, una seconda e forse più grave ragione per questa mancanza di iniziativa: la secolarizzazione della società e l'individualismo imperante nel mondo occidentale oltre a condurre ad una concezione confusa e prevalentemente intimistica del matrimonio, inducono tutti gli organi istituzionali a non considerare la “famiglia” come bene sociale e quindi a non attuare le politiche più idonee per difendere e promuovere la famiglia fondata sul matrimonio, con la caduta di valori fino ad ieri basilari per qualunque società umana che sia giustamente orientata al “bene comune”.

La Chiesa, attenta ai bisogni di tutti i suoi figli, in questa situazione di incertezza, chiama coloro che intendono celebrare il matrimonio cristiano a questi incontri di preparazione, fuori dal vorticoso “fare” quotidiano creando spazi e porti sicuri in cui la riflessione ed il confronto con altri possono aiutare la coppia nel compito di coniugare il senso della relazione con i valori culturali e religiosi presenti in una società complessa come la nostra.

La Chiesa, secondo gli insegnamenti ribaditi dal Concilio Vaticano II, è convinta che “la salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare”.

 

Per questo motivo “Gli Itinerari dei fidanzati” vogliono essere un momento ed un luogo ecclesiale di evangelizzazione e promozione umana. Intendono aiutare i fidanzati a crescere nella fede, a prendere consapevolezza dell’azione del Cristo a cui aderiscono, chiedendo e accettando il sacramento.

La progressiva trasformazione culturale e dei costumi sociali privilegia il rapporto interpersonale affettivo e sessuale come valore assoluto, in sé compiuto. Con facilità si identifica “l’amore coniugale” con il benessere affettivo, emotivo e sessuale vissuto dalla coppia di giorno in giorno, senza prospettive di progettualità. Il termine “coniugale” significa letteralmente mettersi “sotto un giogo comune”. Bisogna allora capire come il “giogo” possa diventare “felicità”, come questo legame possa essere realizzazione della libertà.. Quando non si riesce a comprende tutto questo si genera una serie di paure oscure e confuse per cui si tende a parcheggiare e congelare questo rapporto sentimentale in una provvisoria convivenza o coabitazione.

In questa generazione è stato messo sotto silenzio il senso ed il mistero racchiuso nel termine “patto matrimoniale”; il verbo SPOSARE non è più criterio di misura e di valore nel rapporto sentimentale instaurato tra un giovane ed una ragazza.

Il percorso si propone di suggerire ai fidanzati gli strumenti per valutare se l’amore che una persona dice di provare per una ragazza/o è così forte e profondo da trovarla pronta a coinvolgersi irrevocabilmente nella vita e nel destino di un’altra persona.

Ti amo tantoLa domanda che poniamo e che i fidanzati si devono porre da questa sera è “TI AMO TANTO DA SPOSARTI”? Soltanto se questa domanda si trasforma nell’affermazione: “TI AMO COSÌ TANTO DA VOLERTI SPOSARE!” potranno confermare la loro decisione di sposarsi celebrando il sacramento del matrimonio.

Vogliamo quindi contribuisce a dare senso pieno, umanamente e nella fede, alla Vostra decisione di sposarvi.

A voi fidanzati chiediamo la perseveranza nella partecipazione all’itinerario perché queste settimane vi aiuteranno a riflettere sul vostro progetto matrimoniale e potranno provocare una feconda “crisi”.

 

1.1.4 – Che cosa è chiesto ai fidanzati

Ci sono due modi diversi di partecipare:

1) Discutere

- si scrive e si risponde in modo generico e vago

- si parla degli altri e delle loro idee

- si parla in due contemporaneamente

- si pretende il proprio spazio

- non si partecipa e si critica in maniera non costruttiva

- mentre uno parla non si ascolta, ma si cercano argomenti per combatterlo.

2) Condividere

- ci si prepara scrivendo ed applicando a sé stessi la domanda

- si condivide parlando di sé stessi e della propria vita

- si parla uno alla volta

- ci si rispetta

- gli altri ascoltano in silenzio

- si cerca di capire le ragioni di chi sta parlando

 

Noi siamo convinti di avere una grande ricchezza a nostra disposizione, ma dobbiamo saperla cogliere: quello che vi stiamo proponendo è un itinerario esaltante, durante il quale con il vostro impegno fattivo si può trasformare nella più affascinante delle avventure quello che è il vostro sostegno quotidiano, la ragione della vostra vita attuale ma anche il vostro investimento per il futuro, quello che banalmente possiamo considerare il vostro “stipendio mensile” di realtà e di speranza, rappresentato da questo “vostro rapporto d'amore” in cui si sostanzia tutta la vostra umanità e la vostra vita.

 

I due questionari che Vi daremo hanno lo scopo di creare rapidamente la necessaria sintonia tra voi e noi, sia per venire meglio incontro alle vostre attese sia, soprattutto, per darvi l’opportunità di focalizzare la vostra attenzione su quelle problematiche che è indispensabile conoscere ed affrontare nel momento in cui vi accingete a compiere il passo più importante della vostra vita e in particolare vi accingete a farlo chiedendo di celebrare il matrimonio cristiano, elevato da nostro Signore alla dignità di sacramento, di strumento di grazia per gli sposi.

La nostra quotidiana esperienza ci porta ad affermare che l’amore oggi è posto al vertice della scala dei valori e delle attese di tutti quelli che desiderano celebrare il sacramento del matrimonio ma dobbiamo constatare che la coppia è il luogo impressionante di insuccessi, di sofferenze e di drammi: si sogna l’amore ma spesso non si costruisce una storia comune perché non ci si conosce a sufficienza e si accetta non quello che in realtà si è ma l’immagine che ci si è creata.

Il primo questionario è di semplice ed immediata compilazione.

Il secondo, il Questionario Base, è più complesso per cui richiede tutta la vostra attenzione. Sarebbe opportuno che ciascuno di voi, prima di rispondere alle numerose domande, ne approfondisca gli aspetti discutendone con l'amato per poi consegnarlo al prossimo incontro.

 

Abbiamo più volte detto che venendo qui questa sera vi impegnate a manifestare la Vostra fede. Proprio la Vostra presenza ci permette ora di comprendere l’unica definizione della fede che troviamo nella Bibbia: “la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede” (Eb 11,1) Spesso sentiamo affermazioni del genere: sto facendo un cammino, sono alla ricerca, ho cercato ma non ho trovato. Voi qui viceversa ne siete l’affermazione vivente: La fede che avete l’uno nell’altra è il fondamento di quanto sperate (la piena realizzazione della Vostra umanità, la Vostra stessa felicità) e nello stesso tempo è la prova del Vostro amore (che è reale ma certamente non si vede). Ecco la Vostra fede è l’incontro con la persona amata e questo Vi rende automaticamente testimoni della fede del cristiano, che si sostanzia nell’incontro con Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per amore nostro. La nostra fede in Lui non è una ideologia ma il fondamento della Speranza di vita eterna che ci è stata donata ed è la prova di questo amore certamente reale anche se non si vede.

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Febbraio 2014 17:44
 

Itinerario di preparazione al matrimonio -I Incontro- Modulo 2

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Itinerario di preparazione al matrimonio -I Incontro- Modulo 2

 

I INCONTRO

 

Modulo 2

 

Q U E S T I O N A R I O         B A S E

 


Sarebbe bello che prima di rispondere personalmente alle domande seguenti dessi un’occhiata alle domande e riflettessi insieme al/la tuo/a fidanzato/a.

Si tratta di domande semplici ma che richiedono un po’ di impegno per rispondere. Aiutano gli operatori a scegliere come impostare il corso e possono aiutare voi fidanzati a soffermarvi su cose che riguardano la scelta di sposarvi in chiesa.

Ti chiediamo di riportare il questionario al prossimo incontro, sottoscrivendolo possibilmente con il tuo nome o, se proprio preferisci, in modo anonimo. Grazie!

1. Prova ad elencare alcuni dei valori che hai scelto come fondamentali nella tua vita e in base ai quali operi le tue scelte!

2. Leggi mai la Bibbia?

3. Trovi che sia attuale o che contenga idee di altri tempi che mal si adattano ai nostri tempi?

4. Chi è per te Gesù Cristo?

5. Che cosa sai di Lui?

6. Dedichi del tempo ad approfondire la tua conoscenza di Gesù Cristo? Attraverso letture, incontri, discussioni?

7. Se si potesse sintetizzare, come esprimeresti l’essenza, il punto focale della tua fede?

8. Ascolti la Parola di Dio? C’è un messaggio della Bibbia che porti conservato nel tuo cuore?

9. Ad un musulmano che ti chiedesse in che cosa credi cosa risponderesti?

10. Che cosa pensi dell’affermazione: “Cristo sì, ma la Chiesa no”?

11. Partecipi costantemente alla S. Messa della domenica?

9. Che importanza ha per te la S. Messa?

10. Quanto tempo della tua settimana dedichi alla preghiera personale e/o comunitaria?


 

II


1. Sai dare una risposta a questi versi?

Tu sei grande in amore

e temeraria

Io timido ad ogni passo.

Non ti farò del male

ma di farti del bene sarò capace?

(Evtusenko)

2. Perché “tutto ciò che è spontaneo ed istintivo è buono e va soddisfatto”?

3. È sempre giusto ciò che è fatto per amore?

4. Il desiderio sessuale dipende da fattori fisiologici o dalla fantasia e dal sentimento o da che cosa altro?

5. Ritieni giusto aspettare con fiducia chi è in difficoltà e sostenerne le debolezze con amore oppure è meglio essere subito esigenti?

6. Vuoi essere felice o far felice?

7. Sei fiera/o del/la tuo/a ragazzo/a o ti accontenti?

8. Che cosa non sopporti del/la tuo/a fidanzato/a? In che cosa vuoi che cambi?

9. Dopo un litigio, sei capace di perdonare?

10. Sei capace di fare il primo passo anche se ritieni di aver ragione?

11. Sei capace di cedere senza bronci o mutismi e senza sentirti ricattato/a, umiliato/a?

12. Cedi per quieto vivere o perché pensi di far contento/a l’altro/a e di aiutarlo/a a crescere?

13. Ti piace avere tu l’ultima parola?


III


1. Conosci sufficientemente nella vita di tutti i giorni il/la tuo/a fidanzato/a?

2. Che posto oggi occupa il/la fidanzato/a rispetto al lavoro, agli amici, al tuo divertimento?

3. E, domani, da sposati, che posto pensi che debba occupare rispetto ai figli, ai genitori, al lavoro?

4. Sai mettere in discussione le tue decisioni e sei pronto/a a cambiare idea quando la/il tua/o fidanzata/o argomenta opinioni diverse?

5. Sai dire di no con tenerezza (se mai con un sorriso) senza ferire il/la tuo/a fidanzato/a?

6. È meglio ignorare ora i punti di disaccordo perché poi con il tempo si appianano da soli?

7. Nel dialogo tra gli sposi quale funzione attribuisci alla sincerità? Essere sinceri aiuta sempre la/lo sposa/o a crescere nell’amore e nella comprensione reciproca?

8. Amare significa assimilare ed uniformarsi all’altro/a oppure imparare a comprendersi nella diversità?


IV


1. Come pensi di vivere la tua libertà nel matrimonio (i tuoi ritmi, i tuoi gusti, le tue abitudini, le amicizie solo tue)?

2. Che differenza c’è per te tra convivenza, matrimonio civile o matrimonio religioso, se due si amano?

3. Dopo il matrimonio pensi di coinvolgere l’altro/a nel tuo tempo libero?

4. Pensi sia giusto ed opportuno continuare a frequentare il tuo bar o la tua palestra o la tua piscina?

5. Pensa sia giusto ed opportuno avere i “tuoi” amici? Uscire una volta alla settimana con i “tuoi amici” senza il coniuge?

6. Hai ben presente che l’obiettivo del matrimonio è di crescere insieme nell’amore anche quando si hanno velocità diverse?

7. Sei impaziente quando l’altro/a non ha il tuo ritmo?

8. Hai mai affrontato il problema del volontariato? Se vi sei già impegnata/o pensi di proseguire anche se l’altro/a non condivide?

9. Nella chiesa di San Donato (in Via Zamboni), la terza domenica di ogni mese si offre il pranzo ai poveri. Saresti disposta/o, a partecipare qualche volta alla preparazione (portando parte di una pietanza) ed al servizio a tavola? Se sei disponibile ti dispiace lasciarci il tuo nominativo?

10. A quale domanda non vorresti mai rispondere?

Data

Nome

Cognome

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Febbraio 2014 17:44
 

Itinerario di preparazione al matrimonio -I Incontro- Modulo 3

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Itinerario di preparazione al matrimonio -I Incontro- Modulo 3

I INCONTRO

 

Modulo 3

2 – CHE COSA È L’AMORE

 

 

 

 

2.1 - Premessa

 

Due mani intrecciate che incorniciano un versetto della Prima Lettera di Giovanni sono la sintesi dell’amore e sono in principio della nostra storia d'amore che si proietta nel futuro,

 

Crocifisso Van Dyck “In principio” - cioè agli inizi, ma di che cosa?

In principio di questa serata

In principio di questo itinerario

In principio del vostro rapporto che vi ha portato qui questa sera

È l'amore di ciascuno di voi per l'altro; è il nostro amore per voi

Ma se ampliamo l'orizzonte possiamo anche affermare:

In principio ovvero «agli inizi» della storia dell'uomo, come risuona nella Genesi e come viene richiamato da Gesù quando, a proposito del matrimonio, riafferma: “Da principio non fu così” (Mt 19,8)

In principio era il Verbo - come afferma Giovanni nel prologo del suo Vangelo; ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo è Dio

E Dio è Amore! Deus caritas est.

Ecco che, alzando il nostro sguardo, abbiamo trovato l'incipit “gli inizi”, non solo della storia di ciascuno di noi ma di tutto il creato.

Allora In principio

“è l'Amore” - con la “A” maiuscola per indicare l'agape, l'amore di Dio e l'amore che Dio ha per l'uomo e, di riflesso, anche l'amore umano, pur nella consapevolezza dell'ambiguità di cui questo spesso si connota per il peccato d'origine che ritroviamo nel nostro egoismo.

«In principio è l'amore» è così la sintesi di due affermazioni bibliche:

«In principio era il Verbo e ... il Verbo era Dio e Dio è Amore».

Arriviamo così ad affermare che il Dio-Amore sta al principio della esistenza dell'uomo/donna che ama, e che Lui vi effonde la sua energia e capacità d'amore.

2.2 - In principio è l'Amore

La vostra presenza qui è per tutti noi un dono prezioso e gradito, che ci riempie davvero di gioia. Certo non tutti hanno accolto con grande gioia l’invito a partecipare a questo corso, ma vorremmo davvero sottolineare come la vostra presenza è non solo bellissima, ma proprio un regalo grande, perché proprio voi, fidanzati, in procinto ormai di sposarvi, siete il segno gioioso della festa. La parrocchia organizza tanti corsi per i bambini, per gli anziani, ha tante altre iniziative, ma noi pensiamo che, tra tutte le persone, voi stiate attraversando uno dei più bei periodi della vita, un periodo di maturità e di pienezza, davvero un periodo di amore esaltante; crediamo che ci sia poco altro di più bello che potere ormai realizzare quello che è il sogno grande, di potere sposare la donna che si ama e di potere condividere tutto con l’uomo che si ama. Ed allora anche riflettere su questa fase della vita di una persona è fra le cose davvero più piacevoli.

Ma a questa considerazione, abbastanza generica, che chiunque potrebbe fare, vorremmo aggiungerne una particolare per quanti annunciamo la parola di Dio, perché proprio quando siamo davanti a voi fidanzati ci accorgiamo che è il momento in cui facciamo meno fatica a parlare di Dio, perché voi siete le persone più in grado di capire ogni discorso su Dio, e questo anche se non tutti qui tra di voi sono regolarmente praticanti la chiesa, magari non tutti si sono esplicitamente posti la domanda sul proprio rapporto con Dio. Al di là di quello che ciascuno abbia mai provato a pensare, siete davvero voi quelli che più di ogni altro hanno la possibilità di capire, di conoscere chi è Dio.

E questo non lo diciamo certo noi per farvi un complimento, ma lo dice l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera..

2.3 – Il riferimento biblico

 


Quello che dà il via questa sera è preso dalla Prima Lettera di Giovanni e dice così:

7Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. 8Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. 10In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

11Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. 12Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. 13Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. 14E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. 15Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio. 16 E noi abbiamo riconosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.

17In questo l’amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione: che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. 18Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.

19Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo. 20Se uno dice: “Io amo Dio”, e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello. (1Gv 4,7-21).

2.4 – Il commento


Collegamento al filmato

È una bellissima esortazione all’amore ed è davvero bello farla con voi che come caratteristica avete proprio quella di amarvi tanto da chiedere di sposarvi.

Ma desideriamo sottolineare proprio le parole dell’apostolo Giovanni: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio... Non sappiamo se tutti prendete subito per buone queste parole. Quando infatti affermate: "noi ci amiamo!" potreste anche pensare: “ma noi Dio non l’abbiamo mai visto né conosciuto!”, “che c’entra Dio tra di noi?”.

In realtà ha ragione Giovanni; ci piace provare a spiegarlo rivolgendovi proprio una domanda, che è una domanda certo anche molto banale, che, però, vi invitiamo a farvi esplicitamente l’un l’altra, per scoprire che in realtà è una domanda quanto mai profonda e certamente non basteranno neppure questi incontri per dare una risposta esaustiva.

E la domanda è: ma perché vi volete bene? Il fidanzato domandi alla fidanzata: ma perché “ti voglio bene” o “mi vuoi bene”? È una domanda che invitiamo a farvi davvero per cercare di fare emergere la risposta. Forse ciascuno ha una sua risposta; ci sono tante risposte, ma a noi sembra che proprio l’unica risposta esatta sia quella di dire: non lo so!

Perché ti voglio bene? Non lo so!

Davvero è non solo importante rispondere in questo modo ma è indispensabile, perché, se uno dà un’altra risposta, vuol dire che non ama.

Se una dicesse: io amo quel ragazzo perché è ricco ed intelligente; pensate voi che l’ama davvero? No, ama i suoi soldi, ama la sua intelligenza forse perché pensa di fare bella figura! Amo quella ragazza perché è bionda con gli occhi azzurri; in realtà non ama quella ragazza, ricerca i suoi propri interessi.

Certo ci possono essere tante ragioni che hanno fatto nascere il desiderio dell’incontro: l’intelligenza, la bellezza, la curiosità, qualunque cosa, ma guai se uno avesse davvero un motivo, una ragione perché il grande motivo è il suo interesse: io ti amo perché…va bene a me. In qualche modo è un calcolo, non è un amore gratuito, libero, ma un amore interessato.

Se cominciamo a mettere a fuoco questa semplicissima domanda ci accorgiamo sì che ci sono tanti motivi che hanno spinto, hanno dato il via e certo ci sono tante ragioni in qualche modo di contorno, ma "se una è bionda e poi si tinge i capelli le voglio bene lo stesso!", "se uno è ricco, non l’amo per i suoi soldi!"; quindi non sono le cose materiali, non sono i miei interessi, che magari possono anche corrispondere; alla fine si scopre che l’amore vero è qualcosa che va oltre i propri interessi, va oltre le ragioni materiali, va oltre tutte le cose terrene, perché l’amore è qualcosa che supera tutto questo e si può davvero trarne che l’amore ha un fondamento, una ragione soprannaturale. Qualche volta, per usare una parola un po’ più grossa, è un amore trascendente, oltre ogni condizionamento terreno, materiale. Ed allora è così che capiamo: se vi amate davvero voi state già facendo un‘esperienza soprannaturale, voi fate già esperienza di qualcosa che supera la dimensione terrena, voi state già facendo esperienza di Dio, perché Dio è amore. Dio è “qualcosa” che non è una cosa, non è un bisogno dell’uomo, perché l’uomo che ha paura invoca qualcuno più grande che l’aiuti, ma Dio è amore. Chiunque ama è generato da Dio, cioè c’è in lui qualcosa che viene da Dio; e conosce Dio, cioè fa esperienza: una conoscenza che magari non avete mai espresso con le parole, ma se vi amate davvero questo vostro amore è un’esperienza “divina”.

Chi non ama non ha conosciuto Dio, cioè chi considera il rapporto con l’altro solo frutto di calcolo, di interesse ovvero “io ti do se tu mi dai” oppure io cerco addirittura di sfruttare l’altra, non ama. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.

Come il mondo è mosso dall'odio e dall'ostilità, così Dio è mosso dall'amore. In tutte le sue opere Dio agisce per amore.

2.5 – Deus caritas est

La prima Enciclica di Papa Benedetto XVI“Deus caritas est” ha un incipit che ci aiuta ad approfondire la Lettera di Giovanni che abbiamo proclamato ed a comprendere come il Vostro amore è una riaffermazione della nostra fede: «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4, 16). Queste parole esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l'immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell'uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre, per così dire, una formula sintetica dell'esistenza cristiana: «Noi abbiamo riconosciuto l'amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto».

All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest'avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna» (3, 16).

[Credere all'amore di Dio ricopre la stessa realtà del credere che Gesù è il Figlio di Dio, perché l'amore di Dio si manifesta nell'invio del suo Figlio per la salvezza del mondo].

Con la centralità dell'amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d'Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L'Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell'amore di Dio con quello dell'amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un «comandamento», ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro.

2.5.1 – L’amore di Dio e l’amore dell’uomo

È necessario precisare alcuni dati essenziali sull’amore che Dio, in modo misterioso e gratuito, offre all’uomo, insieme all’intrinseco legame di quell’Amore con la realtà dell’amore umano, del vostro amore.

È bello per noi potere parlare a persone che amano perché conoscono Dio, anzi perché stanno già sperimentando, stanno già vivendo qualcosa di Dio.

Il papa Giovanni Paolo II nellaLettera alle famiglie scrive:

Il dono sincero di sé (11). Nell'affermare che l'uomo è l'unica creatura sulla terra voluta da Dio per se stessa, il concilio aggiunge subito che egli non può «ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé». Potrebbe sembrare una contraddizione, ma non lo è affatto. È, piuttosto, il grande e meraviglioso paradosso dell'esistenza umana: un'esistenza chiamata a servire la verità nell'amore. L'amore fa sì che l'uomo si realizzi attraverso il dono sincero di sé: amare significa dare e ricevere quanto non si può né comperare né vendere, ma solo liberamente e reciprocamente elargire. Il dono della persona esige per sua natura di essere duraturo e irrevocabile. L'indissolubilità del matrimonio scaturisce primariamente dall'essenza di tale dono: dono della persona alla persona. In questo vicendevole donarsi viene manifestato il carattere sponsale dell'amore.

Ma c’è un’altra ragione che viene di conseguenza: proprio questa esperienza di amore non solo ci permette di conoscere Dio, ma ci permette anche di conoscere l’altro come persona. Noi vorremmo tanto che alla fine di questi incontri fossimo riusciti proprio a farvi cogliere qualcosa della bellezza dell’amore che è Dio, ma anche dell’amore dell’altro che è persona. In fondo amare vuol dire scoprire che l’altro non è semplicemente un essere ma è qualcosa che supera le dimensioni umane perché anche l’altro è qualcosa che va oltre ciò che si riesce a toccare con le nostre mani, questa che chiamiamo la dignità della persona, questa parola “persona”, che certamente usiamo tante volte, ma che ha una ricchezza tutta da scoprire. In fondo è proprio per conoscere Dio che bisogna imparare chi è la persona e viceversa conoscendo la persona si impara a conoscere Dio.

Non sappiamo se voi avete mai riflettuto su questa idea di persona: l’idea di persona è uno dei tesori più preziosi che ci sia nella nostra cultura, perché è il fondamento della libertà; se l’uomo non è riconosciuto come persona non è riconosciuto nella sua libertà. Ecco l’idea di persona, anche questa è frutto della conoscenza di Dio, di questo Dio così misterioso di cui ci parla Gesù; che è un Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, Dio che è uno e che è anche tre: una cosa difficilissima, ma per potere dire qualcosa su questo la Chiesa ci insegna che Dio è uno in tre persone, con questa idea di persona che, in fondo, è il soggetto capace di amare, capace di entrare in relazione con l’altro, capace di unirsi all’altro pur rimanendo sé stesso; questo davvero è l’esperienza che state facendo, è l’esperienza che permette di conoscere Dio. È quell'esperienza che rende vera l'espressione popolare "toccare il cielo con le dita" perché chi, se non due che si amano, sente di vivere questa realtà, di toccare il cielo con un dito?

2.5.2 – Il termine amore

Oggi, purtroppo c’è un problema di linguaggio perché il termine “amore” è diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. (amore di patria, amore per la professione, amore tra amici, amore per il lavoro, amore tra genitori e figli, fratelli e familiari, amore per il prossimo, amore per Dio). L’amore tra l’uomo e la donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente schiudendo all'essere umano una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono. Sorge allora la domanda: tutte queste forme di amore alla fine si unificano e l'amore, pur in tutta la diversità delle sue manifestazioni, in ultima istanza è uno solo, o invece utilizziamo una medesima parola per indicare realtà totalmente diverse?

2.5.3 – Eros, philia ed agape

L’enciclica Deus caritas est tratta con grande semplicità di linguaggio e profondità questo argomento cruciale per cui il suggerimento migliore che possiamo dare è di attingere direttamente alla fonte.

2.5.4 – Gli eccessi dello spiritualismo e del materialismo

Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L'eros degradato a puro «sesso» diventa merce, una semplice «cosa» che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce.

Anche questo argomento è affrontato con profondità e semplicità dall’Enciclica Deus caritas est, per cui rimandiamo alla lettura dell’enciclica l’opportuno approfondimento.

2.5.5 – La realizzazione della promessa umana e divina

È uno degli altri argomenti affrontati dall’Enciclica Deus caritas est, per cui ancora una volta preferiamo che attingiate direttamente alla fonte.

2.5.6 – L’amore unica realtà

Abbiamo così trovato una prima risposta, ancora piuttosto generica, alle due domande suesposte: in fondo l'«amore» è un'unica realtà, seppur con diverse dimensioni; di volta in volta, l'una o l'altra dimensione può emergere maggiormente. Dove però le due dimensioni si distaccano completamente l'una dall'altra, si profila una caricatura o in ogni caso una forma riduttiva dell'amore. E abbiamo anche visto sinteticamente che la fede biblica non costruisce un mondo parallelo o un mondo contrapposto rispetto a quell'originario fenomeno umano che è l'amore, ma accetta tutto l'uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni.

2.6 – Io accolgo te

“Apri la tua porta. Chi entra eleverà la tua coscienza, scuoterà i tuoi pregiudizi, e ti renderà felice”

(da “Un temps pour la famille” – Les Editions du Cerf – France - 1998).

“Io accolgo te”. Con queste parole inizia la prima formula del consenso nella liturgia del matrimonio. Partiamo quindi proprio dal cuore di ciò che sarà celebrato dagli sposi nel giorno delle nozze. Sono parole molto importanti perché sono piene di vita vissuta. È una “pietra miliare” per gli sposi da cui si parte e spesso si ritornerà. All’inizio del nostro percorso cerchiamo di capire come l’atteggiamento di ascolto e di accoglienza sia un filo conduttore del nostro itinerario. Questo proveremo a vederlo prima di tutto all’interno della coppia, dove naturalmente è il centro dell’attenzione, poi cercheremo di sondare insieme le implicazioni dell’accoglienza tra le coppie, anche verso il percorso che qui è proposto.

2.7 - Accogliere se stessi

Bisogna innanzi tutto domandarsi: “Io posso accogliere te se non accolgo me?”. Questa domanda può passare inosservata oppure stimolare reazioni contraddittorie… Certamente non tutte le coppie sono d’accordo con il detto “Il primo matrimonio è quello con se stessi”. Occorre allora fare chiarezza su un primo passaggio su cui convergere: l’armonia della coppia pone le fondamenta sull’armonia a livello personale. Un’insufficiente accettazione di sé di uno dei partner può creare pericolose crepe nella vita di coppia. Il cammino di coppia non permette a lungo la fuga da se stessi e ciò che non è stato risolto prima o poi emergerà. È necessario, allora, cominciare una nuova fase di questo itinerario personale con l’aiuto dell’altro: l’obiettivo è quello di accogliere serenamente le proprie qualità, anche negative, innanzitutto come dono. È il presupposto per cominciare ad amare l’altro con libertà interiore e fare l’esperienza di lasciarsi amare così come si è.

2.8 - Accogliersi nella coppia - Io accolgo te: entra nel mio cuore

Posso dire di iniziare ad accogliere te quando ho imparato ad accettare me. Superata così, la sfida del “drago” della non accettazione di sé alla porta della felicità, devo proseguire andando alla scoperta del tesoro: la vera bellezza mia e tua. C’è qualcosa di grande dentro di me e te che vale la pena di scoprire. L’accoglienza diventa la capacità di essere alleati della tua bellezza profonda che oggi tu forse non sei in grado di vedere. Il tesoro è acquisire un “altro sguardo”. “Non si vede bene che col cuore: l’essenziale è invisibile agli occhi”. Accogliere significa intuire la grandezza e la bellezza straordinaria dell’altro. Significa fare esperienza dello stesso sguardo di Dio che non si ferma alla “crosta” ma sa vedere le nostre grandi potenzialità. Accogliere è anche un modo immediato per incontrare Dio: “lo vedo nei tuoi occhi”.

A volte ci illudiamo di avere davanti una persona che sia “uguale a me” come uno specchio. Sarebbe meglio partire dal presupposto che ho davanti uno straniero, una straniera: viene da un altro mondo (per esempio quanto spesso sottovalutiamo tutte le risonanze della diversa sessualità), che ha una storia diversa, e che parla una lingua di valori e atteggiamenti tutti da imparare. A volte l’altro, con le sue zone d’ombra può apparire un “mostro” oppure un “mendicante”: accogliere significa anche imparare ad entrare nella sfera interiore dell’altro con delicatezza e saggezza, perché le ferite interiori hanno risonanze a volte non facilmente controllabili e di cui non si percepisce inizialmente l’origine.

Accoglienza significa spesso mettersi nell’ottica di un continuo apprendimento cercando di non dare nulla per scontato e già deciso. “Io accolgo te” significa poi che non rifiuto niente di te e che voglio far entrare nella mia vita “tutto di te”. Accolgo l’altro nel corpo (fisicità, atteggiamenti, modo di agire e parlare…), nella mente (carattere, valori, idee, modi di affrontare le situazioni…) e nello spirito (unicità profonda, spiritualità, risonanze della coscienza…).

2.8.1 - Io accolgo te + io accolgo te = viviamo la “logica del noi.”

L’accoglienza vera apre il cuore all’altro e genera la nascita della “logica del noi”. È una realtà da evidenziare: proprio nella nostra reciproca diversità cominciamo ad assumere un’ottica diversa dal semplice “io” + “io”= “2 io”. Le cose cominciano ad andare per il verso giusto quando si inizia a decidere e pensare le cose in base alle esigenze della “logica del noi”: questo rimarrà un criterio fondamentale per la stabilità del cammino di coppia. Apparentemente questa non è una novità né per i giovani fidanzati né per chi convive da tempo: ma i fatti dicono che scontata non è. La convivenza può solo mettere a nudo il problema, ma non risolve la necessità di imparare a mettere al primo posto la “Relazione”. È una “conversione” che deve tradursi in atteggiamenti concreti, in una delicatezza sempre da inventare. sacrificando qualcosa di sé ed imparando l’amore di dono. È una scelta che può anche essere rimandata per tutta vita: si vivono allora vite parallele dove sono i (provvidenziali) momenti di convergenza a scatenare inevitabili litigi. Ma per fortuna tutti spesso inciampiamo proprio su questo aspetto: è nella costruzione della relazione che si incontrano le ferite passate con gli ideali futuri, ed è qui che prendono senso gli ingredienti veri della nostra vita come la sessualità, i progetti di vita e di lavoro, ed anche il cammino spirituale di coppia: è proprio uno di quegli aspetti “invisibili agli occhi” che richiede sempre nuove scelte concrete e fa la differenza sulla felicità o meno della coppia.

Essere consapevoli di questa “terza entità”, che è presente nella coppia cioè la relazione, permette di comunicare, dialogare e decidere meglio e mettere in chiaro che non ci deve essere un “io dominante” ma sempre un “noi” che dà spazio ora alle esigenze di uno ora dell’altro per il bene di tutti e due. Questo è legato all’altro fondamento di cui essere consapevoli: occorre camminare da subito nella paritarietà, senza squilibri di potere tra i due o sensi di inferiorità che minerebbero la salute del rapporto. Io accolgo te non significa accogliere un povero o un extracomunitario con un atteggiamento di superiorità. Significa guardarsi, occhi negli occhi, con la stessa dignità divina di figli, nella prospettiva di essere una carne sola.

È sicuramente un allenamento faticoso perché obbliga entrambi a relazionarsi da adulti, specialmente nelle situazioni importanti ed evitare il più possibile di iniziare a giocare agli atteggiamenti del bimbo col genitore e viceversa.

2.9 - Io accolgo te + io accolgo te = noi accogliamo.

Un aspetto fondamentale del rafforzarsi della relazione nell’ “ottica del noi” evolve nella reciproca e sana accoglienza. Capaci di accettare noi stessi, e di accoglierci a vicenda, possiamo anche sperimentare una ulteriore apertura.

È la coppia che dona (tempo, affetto, ascolto, testimonianza…). È un atteggiamento di fecondità che ci fa sperimentare la nostra capacità di dare vita: ai figli che verranno, a chi ha bisogno, a chi chiede aiuto… Non si tratta di una evasione ma di una prova di maturità da vivere insieme. Il sentiero dell’accoglienza converte la tendenza originaria a pretendere amore solo per sé nella capacità di donarsi pienamente.

2.10 - Accogliersi tra le coppie

Le coppie che partecipano al percorso sicuramente già si relazionano da tempo con altre coppie con cui condividono probabilmente parte del tempo libero. È bello condividere con gli altri questi momenti forti della propria vita. Queste serate non hanno l’obiettivo di far nascere nuovi gruppi di amici, ma certamente si propongono di far sperimentare la possibilità di un dialogo profondo tra le coppie, un po’ diverso perché fondato su valori e riferito a scelte forti che hanno il potere di interrogare la vita e chiedere risposte alla fede. Allora si potrebbe prendere spunti come questi: anche rispetto alle altre esperienze di amicizia che si vive con altre coppie, dire: “io accolgo te” significa cogliere la ricchezza della diversità ed anche saper leggere chi si ha davanti a partire dai suoi valori profondi; significa non aver paura di parlare e agire come persone e coppie orientate da una coscienza illuminata dalla fede.

Stiamo accogliendo un nuovo cammino che ora inizia: dove vorremmo che ci portasse?

2.11 - Uno sguardo sintetico

Come facciamo a non accogliere? Siamo tutti membra di uno stesso corpo (1Cor 12,12), membra più o meno degne o deboli, ma tutti siamo membra di Cristo, perché “Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini” (Ef 2,14-18).

L’accoglienza deve essere reale perché all’altro si mostri il volto di Dio.

2.12 Uno sguardo analitico

Sono numerosi i passi della Bibbia cui possiamo attingere per dare corpo e senso all’accoglienza dell’altro, del diverso.

Molto illuminanti per il tema di questa sera sono le Letture che la Liturgia propone per la IV domenica del Tempo Ordinario – Anno A, che esprimono l’essenza dell’amore sponsale.

 

Dal libro del profeta Isaia Is 58,7-10
Così dice il Signore:
«Non consiste forse [il digiuno che voglio]
nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,
la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia,
la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà,
implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se aprirai il tuo cuore all’affamato,
se sazierai l’afflitto di cuore,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio».

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

(Mt, 5,13-16)

 

Dio è luce: una delle più belle definizioni di Dio (1 Gv 1,5). Ma il Vangelo rilancia: anche voi siete luce. Una delle più belle definizioni dell'uomo. E non dice: voi dovete essere, sforzatevi di diventare, ma voi siete già luce. La luce non è un dovere ma il frutto naturale in chi ha respirato Dio. La Parola mi assicura che in qualche modo misterioso e grande, grande ed emozionante, noi tutti, con Dio in cuore, siamo luce da luce, proprio come proclamiamo di Gesù nella professione di fede: Dio da Dio, luce da luce. Io, noi non siamo né luce né sale, io lo so bene, noi lo sappiamo bene, per lunga esperienza. Eppure il Vangelo parla di me a me e dice: Non fermarti alla superficie, al ruvido dell'argilla, cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore; là, al centro di te, troverai una lucerna accesa, una manciata di sale. Per pura grazia. Non un vanto, ma una responsabilità. Voi siete la luce, non io o tu, ma voi. Quando un io e un tu s'incontrano generando un noi, quando due sulla terra si amano, nel noi della famiglia dove ci si vuol bene, nella comunità accogliente, nel gruppo solidale è conservato senso e sale del vivere. Come mettere la lampada sul candelabro? Isaia suggerisce: Spezza il tuo pane, introduci in casa lo straniero, vesti chi è nudo, non distogliere gli occhi dalla tua gente... Allora la tua luce sorgerà come l'aurora (Isaia 58,10). Tutto un incalzare di azioni: non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della città e della tua gente, illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua vita. Voi siete il sale, «che ascende dalla massa del mare rispondendo al luminoso appello del sole. Allo stesso modo il discepolo ascende, rispondendo all'attrazione dell'infinita luce divina» (Vannucci). Ma poi discende sulla mensa, perché se resta chiuso in sé non serve a niente: deve sciogliersi nel cibo, deve donarsi. Il sale dà sapore: Io non ho voluto sapere nient'altro che Cristo crocifisso (1 Corinzi 2,1-5). «Sapere» è molto più che «conoscere»: è avere il sapore di Cristo. E accade quando Cristo, come sale, è disciolto dentro di me; quando, come pane, penetra in tutte le fibre della vita e diventa mia parola, mio gesto, mio cuore. Il sale conserva. Gesù non dice «voi siete il miele del mondo», un generico buonismo che rende tutto accettabile, ma il sale, qualcosa che è una forza, un istinto di vita che penetra le scelte, si oppone al degrado delle cose, e rilancia ciò che merita futuro.

L’accoglienza è perdono. L’accoglienza è confronto, rischio, conflitto. Siamo chiamati a generare figli di Dio: il pregiudizio non ci faccia escludere nessuno.

3 - Conclusione

Ci fermiamo qui per invitarvi a cominciare a farvi queste domande, a partire da questa domanda semplicissima: ma perché ti voglio bene?

Siete dinanzi al passo più importante della vostra vita e noi siamo qui per aiutarvi a impostare il vostro bilancio in maniera corretta, con le poste giuste, perché la logica dell'amore non coincide con quella ragionieristica; nell'amore vero le poste sono invertite! Infatti che cosa dobbiamo scrivere all'attivo? Tutto quello che siamo capaci di donare! E che cosa dobbiamo scrivere al passivo? Tutto quello che riceviamo dall'altro!

Se queste sono le poste del bilancio la nostra società potrà mai dichiarare fallimento?

E se ci accorgiamo che il bilancio è in rosso dove dobbiamo cercare i rimedi?

 

Il Papa Giovanni Paolo II nella stessa Lettera alle famiglie afferma ancora:

L'amore è esigente (14). Quell’amore a cui l'apostolo Paolo ha dedicato un inno nella Prima lettera ai Corinzi, quell’amore che è «paziente», è «benigno» e «tutto sopporta» (1Cor 13,4.7) è certamente un amore esigente. Ma proprio in questo sta la sua bellezza: nel fatto di essere esigente, perché in questo modo costituisce il vero bene dell'uomo e lo irradia anche sugli altri. Il bene infatti, dice san Tommaso, è per sua natura «diffusivo». L’amore è vero quando crea il bene delle persone e delle comunità, lo crea e lo dona agli altri. Soltanto chi, nel nome dell'amore, sa essere esigente con sé stesso, può anche esigere l'amore dagli altri. Perché l'amore è esigente. Lo è in ogni situazione umana; lo è ancor più per chi si apre al Vangelo. Non è questo che Cristo proclama nel «suo» comandamento? Bisogna che gli uomini di oggi scoprano questo amore esigente, perché in esso sta il fondamento veramente saldo della famiglia, un fondamento che è capace di «tutto sopportare».

 

Al termine di questa prima serata ci dobbiamo porre le domande seguenti per sviluppare la nostra cultura dell’accoglienza:

  1. Accogliere significa essere solidali, condividere, farsi carico, a cominciare da quelli più vicini a noi: per esempio, come accogliamo il nostro partner?
  2. Il punto di arrivo del cristiano (altro Cristo) è la frase del Battista: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che assume su di sé i peccati del mondo”. Cosa penso dello stile di accoglienza di Gesù?

Queste domande esigono un profondo esame del nostro “io” per poter comprendere in quali condizioni ci siamo incamminati per questa strada. Nei gruppi in cui ora ci divideremo cercheremo di vedere dove ognuno di noi ritiene di potersi collocare, per poi confrontarci con la Parola che abbiamo ascoltato e comprendere in che cosa ed in che modo dobbiamo impegnarci per dare al nostro amore tutta l’intensità del “dono”.

Questa sera e nei giorni che seguono torniamo a casa, alle nostre occupazioni quotidiane, meditando sulla grande ricchezza del nostro rapporto d’amore, sul significato dell’accoglienza che sappiamo riservare a noi stessi, al nostro partner, al nostro prossimo. Quando le risposte che ci daremo si incanalano nella direzione che questa sera abbiamo indicato, allora potremo essere certi che la strada del matrimonio, quand’anche fosse in salita, potrà essere percorsa da noi, con la serenità di essere amati ed onorati “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, ogni giorno della nostra vita”.

Con la consapevolezza del grande progetto che stiamo per realizzare concludiamo con la preghiera.

 

 

Per pregare insieme

Signore,

fa' che viviamo la nostra attesa

con un'intensa preghiera

individuale e comune.

Insegnaci

a costruire nell'incontro

e nel dialogo con Te

quel “santuario domestico” della Chiesa,

che caratterizzerà

la nostra futura esistenza.

Liberaci da un intimismo egoistico,

che ci chiude in noi stessi

e ci estrania dalla comunità.

Apri il nostro cuore

all'impegno pastorale,

al servizio generoso verso gli altri,

all'attenzione fraterna

per i malati e gli anziani,

all'amicizia verso altri fidanzati.

Amen.

(G. Gatti, Pregare il matrimonio)

 


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Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Febbraio 2014 17:43
 

Itinerario di preparazione al matrimonio -II Incontro

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Itinerario di preparazione al matrimonio -II Incontro

 

II INCONTRO


Fate dei piani, fissate degli obbiettivi e fantasticate sul futuro

tutti insieme. Chiamate i vostri sogni “progetti” e inseriteli nel sogno di Dio su di voi

(da “Un temps pour la famille” – Les Editions du Cerf – France - 1998).


Benedetto sei tu


Benedetto sei tu, Signore e Dio dell'universo,

perché ci hai donato la vita e ci hai fatto incontrare.

Tu sei la fonte dell'amore che è sbocciato tra noi

e che affidi alla nostra responsabilità:

rendilo sempre più bello e più vero,

libero da ogni superbia ed egoismo,

generoso nella ricerca del bene dell'altro.

Le nostre parole e i nostri gesti siano puri e trasparenti,

capaci di esprimere il dono reciproco e sincero

di noi stessi,

per crescere ogni giorno

in una più profonda comunione di vita.

Solo così potremo sperimentare e testimoniare

il tuo amore senza limiti.

Amen.

1 - Premessa

L'immagine che scegliamo per accompagnare l'incontro di questa sera, sottolineata da due versetti tratti dal Cantico dei Cantici, è quella di due innamorati che si scambiano tenerezze.

Ma forse è senza dubbio più forte, più evocativa di altri scenari quella delle due mani che si tendono e si sfiorano.

Chi ha visto il grande affresco del Giudizio Universale nella Cappella Sistina ricorderà senz'altro la creazione di Adamo che riceve la vita in questo lievissimo tocco delle mani: la scintilla che scocca tra le mani di Dio e dell'uomo ha come un perpetuarsi nella scintilla che scocca tra le mani dell'uomo e della donna.


2 – Non è bene che l’uomo sia solo


«L'uomo e la donna nel progetto di Dio»

Ai nostri giorni occorre soffermarsi sull'identità maschile e femmini­le, alla luce di un'antropologia biblica; infatti occorre purificare concezioni culturali acquisite come tradizioni.

É altrettanto importante illuminare in modo forte, contro i molti pregiudizi, la concezione cristiana della donna: uguale in dignità con l'uomo, per natura e per «immagine somigliante con Dio» pur nella affermata differenza della sua persona da accogliere, da parte dell'uomo, nella propria vita, come una persona che «gli sta di fronte» e gli sarà di aiuto per quello che essa è, prima che per quello che sa fare nella consapevolezza della reciproca complementarità.

Dio ha un sogno meraviglioso su ciascuno di noi: è un sogno di pienezza, di appartenenza, di coinvolgimento e di donazione reciproca.

I tre verbi che sintetizzano l'incontro di questa sera ne sono una immediata esemplificazione:

si cercano: richiama l'inclinazione sessuale congenita in ogni persona,

si desiderano: evoca la consapevolezza erotica, l'attrattiva di coppia,

si chiamano: indica una libertà e una responsabilità nel chiamare all'amore, e al tempo stesso la responsabilità nel darvi una risposta di accettazione. Si introduce così il concetto di «vocazione» all'amore.

La novità della fede biblica, che abbiamo intravisto nel primo incontro, si manifesta soprattutto in due punti, che meritano di essere sottolineati: l'immagine di Dio e l'immagine dell'uomo.


2.1 - Il riferimento biblico


Vogliamo ora soffermarci sul capitolo 2 della Genesi, relativi alla creazione dell'uomo e della donna ed in particolare leggiamo commentandolo l'intero episodio della creazione della donna.

DAL LIBRO DELLA GENESI (Gen 2,18-25)

18 Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli corrisponda». 19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli essere viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte gli animali selvatici, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. 21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23 Allora l’uomo disse:

«Questa volta

è osso dalle mie ossa,

carne dalla mia carne.

La si chiamerà donna

perché dall’uomo è stata tolta».

24 Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne. 25 Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.


2.2 - Il commento

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Subito entra in campo il Signore ed è Lui ad essere preoccupato di vedere che l’uomo è solo. Basterebbe questo per dire che quando si raggiungerà il risultato (l’uomo che trova compagnia) il primo ad essere contento è Dio. “Non è bene che l’uomo sia solo”. È una preoccupazione non solo teorica perché spinge Dio ad intervenire, ad agire, a sporcarsi le mani in senso più proprio, perché impasterà con il fango questi esseri che metterà davanti all’uomo.

Dio si sente coinvolto di fronte a questa solitudine in cui originariamente l’uomo si trova e da questa preoccupazione nasce un progetto: “gli voglio fare...”. C’è una volontà di Dio che guida il suo intervento ed il progetto che poi configurerà la donna è descritto con queste parole: “fare un aiuto che gli corrisponda”. Dunque è la donna che è fatta come aiuto all’uomo perché l’uomo è debole ed ha bisogno di aiuto.

Pensate alla lontananza siderale tra queste considerazioni della Scrittura e quelle cui siamo abituati noi, qualche volta, nel far sentire la donna come sesso debole. Qui è il contrario.

È Platone che parla per primo della donna come sesso debole. Qui invece la donna è progettata come aiuto all’uomo solo e, dunque, anche debole; un aiuto che gli sia simile. È la prima grande affermazione di quella che noi attualmente chiameremmo uguaglianza. Il testo dice molto di più: “corrisponda” = rifletta = “essere simile”, c’è nella radice l’immagine dello specchio: l’uomo vede il suo simile. Intanto, vuol dire che si guarda ed è un’immagine bellissima: l’uomo nell’altro vede sé stesso, per questo si specchia, lo scopre simile. Questo corrisponde anche ad una delle più belle esperienze dell’incontro fra l’uomo e la donna: il conoscere sé stesso nell’altro. Crediamo che si possa arrivare a dire che nessuno si conosce mai così bene come quando si è conosciuto nell’altro, guardandosi nell’altro e reciprocamente.

Questo aiuto, che è simile, definisce il progetto da cui poi verrà la donna. “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo.”. Per noi gli uccelli del cielo, gli animali, le bestie non sono qualcosa di molto vicino, anche se adesso l’ecologia e l’animalismo le hanno un po’ riconsiderate. Inseriti nella civiltà da cui questi racconti prendono origine, ci sembra di poter dire che gli animali rappresentavano per l’uomo davvero tanto (il cibo, la forza lavoro, la ricchezza, il vestiario, le pelli) e ci sembra che si possa tradurre questa rassegna quasi dicendo che Dio fa passare davanti all’uomo il lavoro, la ricchezza, il potere per dirgli “vedi un po’ se tutte queste realtà riempiono la tua solitudine, ti danno quel sostegno di cui hai bisogno”.

La conclusione che trae l’uomo è che dà il nome a tutte queste cose (dare il nome in senso biblico significa diventare padrone) ma “l’uomo non trovò nessuno che gli corrispondesse”. Parole semplicissime per dire che se un uomo pensasse mai di riempire la propria vita con il lavoro, il potere, la ricchezza, il successo, illuderebbe sé stesso, rimarrebbe vuoto; niente gli corrisponderebbe e lo renderebbe capace di trovare sé stesso. In positivo è l’affermazione chiarissima che solo con l’altro, con la donna, può riempire questa solitudine radicale. Tutte le altre realtà, pur importanti nella vita, come il lavoro, il denaro ecc. guai se sono prese come ciò che pretende di riempire.

Dio, allora, si mette di nuovo all’opera e questa volta il suo intervento è diverso. Non plasma più dal fango ma fa quello che sembrerebbe una strana operazione chirurgica perché effettua un intervento in anestesia totale per togliere all’uomo la costola. Più la si legge e più ci si convince che qui c’è una descrizione bellissima ed irraggiungibile di quello che è questo grande avvenimento, ossia l’innamoramento. Ci sembra che non si possa descriverlo meglio di così e lo possiamo spiegare a partire da un’espressione che usiamo anche noi quando diciamo “ho incontrato la donna dei miei sogni”. Perché innamorarsi vuol dire proprio svegliarsi da un sogno o dal sonno. Trovare che c’è accanto a me quella donna o quel uomo che inconsciamente desideravo ma che è proprio frutto di un incontro non programmato. E non può essere che così per il semplice motivo che altrimenti non sarebbe amore.

Se, come abbiamo già detto, Vi poniamo la domanda diretta: “perché vi volete bene?”, la risposta migliore è: “non lo so”. Infatti l’amore è qualcosa di gratuito e di donato, accolto e ricevuto nella totale gratuità. Ci sembra davvero che questa sia un’esperienza che fanno tutti quelli che si vogliono bene, arrivando così a cogliere questa realtà che è l’amore, con la caratteristica straordinaria di non avere delle motivazioni materiali, naturali, ma soprannaturali. Ogni esperienza d’amore anche per chi non crede in niente è un’esperienza soprannaturale. Per questo arriveremo a dire che Dio entra fra marito e moglie non perché un prete li ha benedetti ma perché, se si vogliono bene, hanno fatto un’esperienza divina, in qualche modo soprannaturale. L’amore è certamente il veicolo che ci permette di cogliere questa realtà trascendente.

“Allora il Signore Dio plasmò con la costola”. È un essere solo, all’inizio, che diventano due. Dopo, vedremo, da due ritornano uno, non si riuniscono semplicemente, ma ritrovano l’unità originaria.

“E la condusse all’uomo”. Anche questo è bellissimo, sembra di vedere il Signore che la prende per mano e la porta. Anche questo corrisponde all’esperienza dell’innamoramento e, tra l’altro, quando si è vicini al matrimonio si è nella posizione migliore per potersi guardare indietro e dire: “ma come mai ci siamo incontrati?”. E possono essere le situazioni e le vicende più strane: chi era compagno di scuola elementare poi ad un certo punto si è svegliato, chi era andato in crociera ai Caraibi e l’ha incontrata là. Però guardando all’indietro si fa sempre l’esperienza che non è stato semplicemente un caso; c’è un filo, c’è la mano del Signore che ci ha portati l’uno davanti all’altro. C’è la scoperta di un progetto, di una guida che ha condotto i nostri passi all’incontro ed è per questo che dice “allora l’uomo disse: questa volta sì”. E dire “questa volta” ci sembra il risultato che allora “la volta prima no”. Possiamo arrivare a dire che aver fatto l’esperienza frustrante non è solo negativo, anzi che la frustrazione o l’insoddisfazione è una grande esperienza spirituale perché significa che l’uomo ha ideali grandi, non si accontenta di quello che passa il convento, sente che c’è qualcosa che va al di là della storia. Ma questa volta ha incontrato quello per cui è stato fatto al punto che, in questo momento, l’uomo o la donna può rispondere a quella che è la domanda fondamentale: “perché sono al mondo?”. E può rispondere dicendo: “il Signore mi ha fatto per te, la mia ragione sei tu”. E allora si ritrova non solo il senso della propria esistenza ma questo dinamismo, questo progetto con cui si può leggere il passato e che ti permette di guardare al presente ed al futuro.

“Questa volta essa è carne dalla mia carne e ossa dalle mie ossa”. Non c’è affermazione più grande, più decisa dell’uguaglianza perché strutturalmente sono uguali, sono un’unica origine, per cui unirsi significa ritornare ad essere sé stessi.

“La si chiamerà donna perché dall'uomo è stata tolta”. Qui la traduzione italiana non rende il significato ma ci piace sottolineare che le nostre lingue moderne sono discriminanti. L'ebraico dovrebbe essere tradotto in “la si chiamerà uoma” perché dall'uomo è stata tolta, così da farla corrispondere a questa radice per cui l'essere umano è unico, maschile e femminile. Quando noi diciamo uomo dovremmo intendere l'umanità ma spesso intendiamo maschio. La differenza lessicale diventa culturale con il rischio di fare dell’uomo maschio il punto di riferimento, il modello, il criterio. La Scrittura, invece, è molto attenta a dire uomo-uoma, un’unica radice e la cultura è rimasta radicata a questa radice di verità per cui il nostro percorso per ritrovare questa uguaglianza, per riprogettare una cultura rispettosa dell’uomo e donna, espressione dell’unica identità umana, va certo nella direzione che la Bibbia ci presenta.

La cosa ancora più interessante è in questi ultimi due versetti: “per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie”. Non c’è più donna ma moglie e quindi matrimonio, ma con dinamiche inconsuete perché per quanto moderni noi ci diciamo, abitualmente succede il contrario; è la donna che lascia suo padre e sua madre e si unisce all’uomo, il punto fermo è la linea maschile. È interessante chiedersi come mai questo testo così antico ha posto invece il viceversa. Le interpretazioni possono essere due: la prima è che quello corrispondeva alla cultura dell’epoca e vorrebbe dire che era una cultura matriarcale; se così fosse, sarebbe interessante rileggere tutto l’inizio dicendo davvero questo intreccio straordinario; siccome, però, le notizie storiche che abbiamo ci direbbero che non è mai esistita una cultura matriarcale; quello che noi conosciamo della cultura ebraica era tutto meno che matriarcale, allora l’unica possibilità di spiegazione vera è che il testo sia volutamente capovolto in senso contestatore, per dire che il progetto di famiglia, di coppia, uscito dalle mani del Creatore non corrisponde alla realtà sociale; e questo non in senso di contestazione violenta ma nel ricordarci che la società non è il punto di riferimento su cui modellarci, perché il punto di riferimento è quello che mette in scena il Creatore e che la società ha modificato (in bene o in male bisognerà valutarlo considerando anche tutti i passaggi della storia); certo quello che abbiamo prevalentemente non corrisponde a questo modello originario, con tutto quello che comporta anche apertamente di critica sociale. In ogni caso, l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre si unirà a sua moglie e saranno una carne sola.

Questa nuova unità che si crea è incomparabilmente più forte dell’unità che c’è tra genitori e figli, di cui noi oggi conosciamo il legame strettissimo a livello cromosomico ecc.. Ma più forte è il legame che si costituisce fra l’uomo e la donna per amore ed è un legame che costituisce un’unità, non una coppia. La Bibbia non usa mai questa parola; sono sposi non sono una coppia; è un’unità che ritorna, che fa sperimentare quello che era fin dall’inizio.

“Ora tutti e due erano nudi ma non ne provavano vergogna”. Crediamo che questa sia l’immagine non solo conclusiva ma anche sintetica; cioè così dovrebbe essere sempre; che marito e moglie si guardano nudi, cioè non ci sono ostacoli, non ci sono veli, ma questa comunicazione è piena, trasparente totalmente, non solo nell’atto coniugale ma in tutta la vita coniugale, perché non c’è niente che li separi. Questo dice anche tutta la positività con cui la Scrittura guarda alla sessualità, all’atto sessuale; che davvero il corpo dell’uomo e della donna è il capolavoro del creato e l’atto coniugale con cui si esprime l’amore, con cui si trasmette la vita è uno dei gesti più significativi proprio per farci capire chi è Dio, che è Padre, amore, dono di vita, vita in sé stesso.

“Ma non ne provavano vergogna” ma possiamo aggiungere “ne provavano pudore” per introdurre questa idea di pudore, oggi considerata un po’ antiquata, che ci sembra preziosissima e vada decisamente riscoperta, cercando di eliminare una frequente confusione tra vergogna e pudore. Se entrambi i termini, inizialmente, hanno una spinta nella stessa direzione “di coprire”, hanno tuttavia la radice decisamente contraria: la vergogna fa nascondere ciò che è brutto, il pudore fa nascondere ciò che è bello. E anche qui, nel rapporto uomo e donna, crediamo si colga il pudore non solo legato alla sessualità ma a tutto il mondo interiore: se anche uno scrive delle poesie d’amore non vuole che nessuno le vada a leggere perché sennò si banalizza, perché sennò quello che è la comunicazione più intima diventa merce e il pudore è ciò che permette di cogliere il dono che l’altro ti fa come rivelazione di sé stesso. Solo così la nudità diventa un dono di comunicazione, di rivelazione, se l’altro lo coglie non nell’aspetto esteriore ma nell’aspetto intimo. Questa conclusione per cui uno si denuda dicendo “ma non mi vergogno del mio corpo”, in realtà trasforma il proprio corpo in cosa: non è più sé stesso ma dà una qualcosa di diverso da sé con tutto quello che consegue. Davvero c’è questa scissione tra io ed il mio corpo che, anche nel gesto più grande che è quello dell’unione sessuale, non sono più coinvolto come persona, ma è una cosa che non mi riguarda. Per questa riscoperta del pudore le cose più belle devono essere rivelate solo come dono di sé, il che ci permette di cogliere tutta la positività ma anche la delicatezza e la preziosità di queste dinamiche, che sono le dinamiche dell’amore oltre che della sessualità.

Ci sembra bello invitarvi a vedere se vi ritrovate in questa descrizione, per avere non solo un punto di riferimento ma proprio un progetto per comprendere che la preparazione al matrimonio è occasione preziosissima per scoprire questo valore dell’uomo e della donna, questa presenza di Dio nella nostra storia, che è una storia concretissima di quelle due persone, è la storia concretissima della loro femminilità e mascolinità, in cui sperimentano questa dimensione soprannaturale di vita.


2.3 - Deus caritas est – La nuova immagine di Dio


Dalla lettura della Bibbia e dalla Lettera Enciclica di Papa Benedetto XVI possiamo trarre anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l'immagine di dio e degli dei rimane, alla fin fine, è poco chiara e in sé contraddittoria. Nel cammino della fede biblica diventa invece sempre più chiaro ed univoco ciò che la preghiera fondamentale di Israele, lo Shema, riassume nelle parole: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo» (Dt 6, 4). Esiste un solo Dio, che è il Creatore del cielo e della terra e perciò è anche il Dio di tutti gli uomini. Due fatti in questa precisazione sono singolari: che veramente tutti gli altri dei non sono Dio e che tutta la realtà nella quale viviamo risale a Dio, è creata da Lui. Certamente, l'idea di una creazione esiste anche altrove, ma solo qui risulta assolutamente chiaro che non è un dio qualsiasi, ma l'unico vero Dio. Egli stesso è l'autore dell'intera realtà; essa proviene dalla potenza della sua Parola creatrice. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata voluta, da Lui «fatta». E così appare ora il secondo elemento importante: questo Dio ama l'uomo. La potenza divina che Aristotele, al culmine della filosofia greca, cercò di cogliere mediante la riflessione, è sì per ogni essere oggetto del desiderio e dell'amore — come realtà amata questa divinità muove il mondo —, ma essa stessa non ha bisogno di niente e non ama, soltanto viene amata. L'unico Dio in cui Israele crede, invece, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama — con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l'intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz'altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape.

2.3.1 – La passione di Dio per l’uomo

Soprattutto i profeti Osea ed Ezechiele hanno descritto questa passione di Dio per il suo popolo con ardite immagini erotiche. Il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio; di conseguenza, l'idolatria è adulterio e prostituzione. Questo tema è ripreso e sviluppato dall’Enciclica   Deus caritas est alla cui lettura rimandiamo per il necessario approfondimento

2.3.2 – L’immagine dell’uomo

La prima novità della fede biblica consiste, come abbiamo visto, nell'immagine di Dio; la seconda, con essa essenzialmente connessa, la troviamo nell'immagine dell'uomo. Il racconto biblico della creazione parla della solitudine del primo uomo, Adamo, al quale Dio vuole affiancare un aiuto. Fra tutte le creature, nessuna può essere per l'uomo quell'aiuto di cui ha bisogno, sebbene a tutte le bestie selvatiche e a tutti gli uccelli egli abbia dato un nome, integrandoli così nel contesto della sua vita. Allora, da una costola dell'uomo, Dio plasma la donna.. Nel racconto biblico non si parla di punizione; l'idea però che l'uomo sia in qualche modo incompleto, costituzionalmente in cammino per trovare nell'altro la parte integrante per la sua interezza, l'idea cioè che egli solo nella comunione con l'altro sesso possa diventare «completo», è senz'altro presente. E così il racconto biblico si conclude con una profezia su Adamo: «Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2, 24).

Due sono qui gli aspetti importanti: l'eros è come radicato nella natura stessa dell'uomo; Adamo è in ricerca e «abbandona suo padre e sua madre» per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l'interezza dell'umanità, diventano «una sola carne». Non meno importante è il secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l'eros rimanda l'uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività; così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione. All'immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l'icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell'amore umano. Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.


2.4 – Qual è la nostra rotta?


Con estrema concretezza ci dobbiamo chiedere se questo sogno, questo progetto di Dio è attuale.

Le influenze negative della società ed in particolare le ombre che gravano sul modo di vivere l’amore oggi ha la conseguenza che molte coppie vivono da "scapoli sposati".

Abbiamo iniziato l’incontro sottolineando i tre verbi sui quali fermare la nostra attenzione.

Perché si cercano? Il cercarsi richiama l'inclinazione sessuale congenita in ogni persona

Perché si desiderano? È la consapevolezza erotica, l'attrattiva della coppia

Perché si chiamano? Perché ci sia amore è però indispensabile libertà e responsabilità sia nella chiamata che nella risposta di accettazione.

“Ti amo tanto… e chiamo te all'amore”. L'uomo e la donna diventano COPPIA quando stabiliscono tra loro una relazione d'amore.

Amore è una delle parole più usate nel linguaggio religioso ed in quello profano presso tutti i popoli: esprime le più alte manifestazioni religiose, le donazioni più generose, le esperienze più sorprendenti… Tutti credono di conoscerne il senso e di indicare la medesima realtà mentre, invece, spesso, sono diversi i suoi significati.

Non c'è un unico tipo d'amore: c'è l'amore di amicizia, di cordialità, di solidarietà che sono profondamente diversi dall'amore per il ragazzo o la ragazza di cui si è innamorati

Si comprende allora che la relazione dell'amore di “coppia” non è praticabile se non si prende coscienza della propria identità maschile e femminile, della pari dignità nella differenza, accettando un rapporto di reciprocità ed onorandosi vicendevolmente.

Chi sono io? Chi sei tu? Chi siamo noi? Che cosa pensiamo della nostra identità?

Che rapporto abbiamo con il nostro corpo? Lo accettiamo? Abbiamo bisogno degli altri?

Che cosa è cambiato nella mia vita incontrando lei? (Solitudine)

Percepisco di essere di aiuto, come persona, per il mio lui?

Ho raggiunto la maturità affettiva? Riesco a guardarmi con serenità e distacco?

La sensibilità che ho ricevuto nel mio vissuto mi blocca e mi dà un senso di sfiducia, di nullità e mi crea una sensazione che mi blocca nelle mie manifestazioni affettive?

Tengo tutto dentro per non urtare o perché gli altri non vedano?

Sono le domande che ognuno di noi si deve porre ma che talvolta trascuriamo presi come siamo dall'euforia della storia che stiamo vivendo.

L'amore, allo stato nascente, ha la freschezza, il fascino e lo stupore della scoperta: gli innamorati si idealizzano a vicenda. Questo mistero che nasce nel cuore dell'uomo e della donna pretende subito di essere unico ed indiviso perché si sente che l'altro/a completa ciò che “manca in noi”: non bastiamo a noi stessi, siamo fatti per l'altro, per l'incontro, per il dialogo. E per l'incontro d'amore, come abbiamo evidenziato nelle domande che ci siamo posti, è parte importante la sessualità (si cercano, si desiderano) che ci pone davanti alla realtà della nostra esistenza in un corpo, nella condizione di maschi e femmine. Essa ci dice per quale fine è stato creato l'uomo, ma la sessualità non esaurisce l'amore. L'uomo e la donna non sono stati creati per riprodursi, senza orizzonti, ma per amare e donare la vita.

 

 

2.5 – La sessualità umana


La cultura del nostro tempo porta ad un doppio eccesso; da una parte abbiamo l'esaltazione della sessualità per sé stessa quasi che essa da sola fosse in grado di colmare il vuoto e la solitudine che angosciano l'uomo; dall'altra, viceversa, relativizziamo la sessualità fino a banalizzarla non riconoscendo in essa l'appello ad una comunione più profonda, per cui è indifferente questo o quel comportamento a suo riguardo.

Il testo della Genesi che è stato proclamato e commentato e l’interpretazione che ne dà l’Enciclica di Papa Benedetto XVI ci aiutano a dare un significato autentico alla sessualità umana.

Dalla sessualità non possiamo prescindere ma non esaurisce in sé una rivelazione ed un appello. Essa, “oltre a determinare l'identità personale di ciascuno, rivela come ogni donna ed ogni uomo, nella loro diversità e complementarità, siano fatti per la comunione e la donazione. La sessualità, infatti, dice come la persona umana sia intrinsecamente caratterizzata dall'apertura all'altro e solo nel rapporto e nella comunione con l'altro trovi la verità di sé stessa. Così la sessualità - che pure è minacciata dall'egoismo e può essere falsificata e ridotta attraverso il ripiegamento di ciascuno su di sé - richiede, per sua stessa natura, di essere orientata, elevata, integrata e vissuta nel dinamismo di donazione disinteressata, tipico dell'amore”.

Nella formula della celebrazione del matrimonio si dice: Prometto di amarti e onorarti… Amore ed onore vanno insieme. Solo così l'eros non è più soddisfazione del proprio egoismo, ma segno profondo del rapporto d'amore, che ci è stato rivelato, vissuto secondo verità.

Dopo essere stati presi dal fascino della persona, dopo averla desiderata per sé, si cresce nell'amore di coppia quando si è felici nel far felice l'altro/a.

Amiamo in maniera diversa, perciò per fare coppia dobbiamo ricordare sempre che NON BASTA:

Informare

Chiacchierare

Parlare

Dialogare

MA BISOGNA COMUNICARE

COMUNICARE è possibile solo

in due situazioni:

nella coppia

nella preghiera

Infatti comunicare significa:

1) avere in comune (darci una mano ad essere ogni giorno più saggi)

2) partecipare (essere una parte) Usiamo mai il noi?

3) cambiare: so interpretare i silenzi dell’altro; così la comunicazione è pudore, rispetto dell’altro.

Ancora una volta, proprio per facilitare la comunicazione, ci sembra opportuno consegnarvi un quadernetto, che dovrebbe aiutare ognuno di voi ad approfondire la conoscenza di sé stesso e dell'altro, per illuminare quelle zone del rapporto che, rimanendo in ombra, potrebbero essere motivo, nel futuro, di incomprensioni e di infelicità.

 

Link per scaricare il Quaderno SBG 2012 per Lei

Link per scaricare il Quaderno SBG 2012 per Lui

 

 

 

COMUNICARE

 

 

 

Per comunicare occorrono almeno due elementi:

1) dare lo stesso significato alle parole (quanti malintesi nascono dal nostro linguaggio fatto di sottintesi che non sono altro che ritrosie, paraventi)

2) assenza di disturbi (via dal rumore, dalla vita frenetica quotidiana; nel deserto si impara ad ascoltare)

Non è sufficiente trasmettere bene, occorre anche imparare a interpretare adeguatamente i segnali che ci sono inviati. In altre parole: occorre saper parlare con il cuore, trasmettere alla persona amata il nostro sentire, ma è anche necessario saper ascoltare i battiti del suo cuore, il linguaggio fatto di parole, di gesti, di fatti, di sentimenti per non cadere nel vizio di etichettare qualunque cosa e qualsiasi persona senza preoccuparci di coglierne l’unicità, la ricchezza della sua diversità, del dono che ci viene fatto ogni giorno della sua persona.


Preghiera dei fidanzati

Signore, ti ringrazio d’averci dato l’amore.

Ci hai pensato «insieme»

prima del tempo, e fin d’ora

ci hai amati così, l’uno accanto all’altro.

Signore, fa’ che apprendiamo l’arte

di conoscerci profondamente;

donaci il coraggio di comunicarci

le nostre ispirazioni, gli ideali,

i limiti stessi del nostro agire.

Che le piccole inevitabili asprezze dell’indole,

i fugaci malintesi, gli imprevisti

e le indisposizioni non compromettano

mai ciò che ci unisce, ma incontrino, invece,

una cortese e generosa volontà

di comprenderci.

Dona, Signore, a ciascuno di noi

gioiosa fantasia per creare ogni giorno

nuove espressioni di rispetto e di premurosa

tenerezza affinché il nostro amore

brilli come una piccola scintilla

del tuo immenso amore.

G. Perico

 

 

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Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Febbraio 2014 17:42
 
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